Ritornare a casa

Vivo in un tempo storico di grandi contrasti, di guerre, di confusione; un tempo in cui mille persone sono in ansia, non escono di casa, oppure, al contrario, cercano vita nell’eccesso. 

Un tempo di accelerazione di ogni stimolo, un tempo in cui lo scorrere interiore degli eventi sembra anch’esso accelerato, come se la giornata interiore avesse una durata più breve.

Questo è un tempo in cui, se mi affaccio alla finestra, vedo spesso sbandamento, al fianco di tante potenzialità inespresse. Un tempo di ricerca disperata di vita, apparentemente senza radicamento. 

Un tempo in cui prevale il rumore di parole vuote, in cui attenzione ed ascolto sembrano lontanissimi.

Lo “spessore” sembra essere una spezia rara.

Naturalmente non è sempre così. Balza all’occhio anche tanta bellezza, nella natura che ci accoglie nonostante noi, negli sguardi di molte persone, nei gesti di chi in questa corsa è spinto dal cuore. 

Una riflessione

Tutto questo mi porta ad una riflessione.

Nell’esperienza in questa “grande palestra terrena”, ho spesso notato che il fluire degli eventi procede ad onde, ecco perché credo sempre più che sia importante costruire un punto fermo di ascolto in noi. Le onde della vita si susseguono in tutti i tempi e, forse ancor più in un lungo periodo di accelerazione, può aver senso cercare un modo per “calmare il mare interiore”.

In giovane età, ho spesso vissuto questo “nobile” obbiettivo, come una chimera fuori dalla mia portata. Il temperamento, tutt’altro che pacifico e dimesso, mi rendeva difficile conciliare il bisogno di calma e lo scorrere frenetico della vita.

Mi sedevo per praticare meditazione, mi pareva di trovare un punto in me più stabile di osservazione ma, niente, al primo trillo del telefono, tutto il lavoro si perdeva.

Ci ho messo tempo per costruire una casa interiore più tranquilla, per per reggere la rabbia delle persone, il non senso delle parole, il fuoco della follia della vita, la mia incongruenza alle volte, e rimanere stabile ad osservare.

Non c’era verso di domare “l’animale che era in me”, tutt’al più, lo dico con un sorriso, riuscivo a sedarlo e addormentarlo. Diverso è cercare di stare svegli nello scorrere tumultuoso della vita. È un percorso che non ha un termine.

Ci sono voluti anni, nel mio caso, per sedermi e semplicemente “seguire la linea dei bottoni del kimono” della mia guida, nell’inspiro e nell’espiro. Una linea, per ritrovare un allineamento in me. Una linea interiore per lasciare i pensieri, per calmare il mare, per smettere di cercare, una linea per trovarmi, per stare e basta. Inspiro, espiro, inspiro, espiro, abbandono, pace.

Una linea per tornare a casa.