Praticare yoga oggi: un’esperienza

Lo yoga è un’antica via di ricerca interiore.

Basterebbe questo per chiarire cosa non è.

Credo che ci siano persone più idonee di me per definire cosa sia lo yoga, ecco perché oggi desidero solo condividere un’esperienza.

Nella mia esperienza, la pratica dello yoga è come uno specchio nel quale vedo meglio, a mo’ di lente d’ingrandimento, aspetti di me.

Mantenere la mente qui ed ora

Sicuramente l’uso del corpo è un modo efficace per mantenere la mente aderente al qui ed ora. Certo, posso sempre praticare con la mente altrove, ma il gioco è quello di rimanere nel gesto, in ogni attimo, ed è quello di rimanere nel respiro.

Non serve essere un buon atleta per praticare yoga, anzi, alle volte, il fatto di avere anni alle spalle di una disciplina ginnica, genera l’illusione di praticare yoga, perché il corpo risponde ma….è un’illusione, nel senso che entrare in una posizione solo con il corpo, significa entrare con una sola parte di noi.

Quando hai praticato per anni una disciplina sportiva, c’è la possibilità che ti avvicini allo yoga rifacendoti a quanto conosci dell’uso del corpo, ma meglio entrare nello yoga “puliti” ovvero con il desiderio di ascoltare cosa ci comunicano posizione e respiro.

Non a caso si parla di “mantenere la mente aderente al corpo ed al respiro”, durante la pratica dello yoga.

Entrare nella posizione

La prima volta che mi venne detto di “entrare nella posizione” anni fa (in quel caso si trattava di Paschimottanasana), non capii bene cosa volesse dire la persona che guidava la lezione. Visto che solo intuivo il senso della frase, e visto che per me era una novità il fatto di ascoltare cosa mi comunicasse una posizione, mi limitai a lasciarmi guidare all’ascolto del respiro, all’ascolto dell’aria che entrava ed usciva da me, all’ascolto della vita che entrava ed usciva da ogni cellula del mio corpo. Tutto in me poteva assorbire vita ed emettere vita. Quanto ricordo di quel momento è stupore, calore fisico, gioia non meglio precisata, un contatto con me e con quanto mi circondava del tutto nuovo e “toccante”.

Per la verità, a me sembra che questa  propensione ad entrare in contatto con me e con il mondo attraverso i sensi, io la viva anche al di fuori della pratica yogica, ma questo è tutto un altro discorso.

Ancora oggi, dopo tantissimi anni di pratica, sento sempre il desiderio di ascoltare cosa mi comunica una posizione, cosa si genera con una respirazione. Non che cerchi qualcosa di specifico: rimango il più possibile vuota, senza aspettare nulla, ma nel piacere di ascoltare forme del corpo che, a tutti gli effetti, sembrano chiavi di contatto con l’energia tutto intorno a me.

Lasciar fare alla posizione, mettermi a disposizione della posizione, questo è ciò che mi attrae. In un’epoca che, spesso, impiega la “mente” per la comprensione delle cose, io, al contrario, cerco di fare in modo che sia la pratica a “far di me”, nel senso che mi metto in ascolto e lascio che sia la posizione a generare in me ciò che viene.

Non faccio ma lascio fare

Questo approccio riguarda anche le posizioni di fatica. In queste come in altre, c’è un punto in cui, pur impiegando la muscolatura, entro certa misura, non esiste fatica. In navasana, comunemente detta “barca”, come in bhujangasana, la posizione del cobra, solo per fare due esempi, c’è un momento in cui il corpo, pur attivo muscolarmente, è calmo e rilassato. Anche in questi casi è possibile utilizzare il minimo della muscolatura necessaria, rilassare il resto ed entrare in ascolto nella posizione.

Nella mia esperienza fino a qui, è la posizione a generare l’esperienza, non la mia mente. Quanto posso fare è accompagnare la mente nel corpo e aprirmi. Integrità, gioia, forza interiore, contatto diverso con me e con quanto mi circonda, preghiera, questo è per me lo yoga.